PREFAZIONE ALLA TERZA PARTE

La caratteristica principale della storia del Mostro di Firenze, in ben quarant’anni, potremmo dire che è stata la “penna”; come se i tragici fatti di questa pagina sanguinosa abbiano ispirato giornalisti, scrittori, poliziotti, magistrati, criminologi, avvocati, psichiatri, psicologi, registi, appassionati di gialli, al punto tale da sentire tutti costoro l’impulso quasi irrefrenabile di scrivere un libro.
E posso tranquillamente affermare d’aver letto tutto ciò che di tale drammatico evento è stato scritto.
Io stessa ho pubblicato due libri e due dvd, ma evidentemente non avevo esaurito la mole di fatti e circostanze che tengono in vita una storia senza per questo abbassare il livello di interesse da parte di un osservatorio mondiale, che ancora non si rassegna a rinunciare a dare un volto ad un serial killer atipico, unico: forse più semplicemente solamente un uomo.

Tutti coloro che si sono cimentati nella redazione di un’opera letteraria sul cosiddetto “Mostro di Firenze”, hanno raccontato e analizzato la dinamica dei duplici delitti, distinguendosi in due scuole di pensiero, tra chi di questi crimini ne conta otto e chi invece alla mano pluriomicida ne attribuisce soltanto sette. Si sono tracciati profili psicologici i più disparati di questa figura criminale, così come alle tante piste investigative seguite dagli inquirenti, si sono aggiunte un’infinità di altre possibili piste, dettate dalla scienza del crimine e dall’ampia letteratura esistente nella materia, anche se totalmente riconducibile al modello americano del classico serial killer.
Ed anche gli Stati Uniti hanno ricoperto un gran ruolo in questa storia affiancando spesso la magistratura italiana e confrontandosi con episodi analoghi entrati a far parte della cultura più sofisticata nell’ambito della criminologia forense.

Tuttavia, del Mostro, non si è mai avuta alcuna certezza sulla sua identità, a parte il gruppo di mostri, ritenuti colpevoli e condannati per gli ultimi quattro duplici delitti, peraltro considerati come manovalanza al sevizio di mandanti senza volto ma di sicuro livello elevato.
Osservando la tipologia dei duplici delitti, è sicuramente difficile collocare in persone diverse il movente e l’esecuzione del crimine, e pertanto, la sentenza definitiva a carico dei cosiddetti “compagni di merenda” non è riuscita a convincere la gran parte di quell’opinione pubblica e i numerosissimi esperti, anzi prevale a tutt’oggi la convinzione di un unico serial killer solitario.

Ma dove può essersi nascosto il vero Mostro? Dove cercarlo, dove riconoscerlo, dove catturarlo?
E’ questa la domanda che col passare del tempo è divenuta sempre più inquietante, specie per gli addetti ai lavori, alcuni dei quali hanno dedicato a questa indagine una parte consistente della loro stessa vita, trascorrendo ancor oggi intere notti svegli, arrovellandosi il cervello, ripercorrendo fatti, rivisitando archivi interi, pur di trovare un benché minimo indizio che possa rivelarsi fatale e porre la parola fine ad una storia che sembra infinita.
E così un giorno mi chiesi: “Se il Mostro è riuscito a far tanto scrivere di sé, soprattutto dopo che quel tipo di delitti cessarono, forse egli stesso sarà uno scrittore? E allora lo si dovrà cercare nei libri, rincorrerlo tra righe di milioni di pagine, e magari riconoscerlo all’improvviso e accorgersi che egli stesso non ha potuto rinunciare a parlare di sé?”
Divenne questa la mia pista, anche se inizialmente mi rendevo conto di essere entrata in una avventura che avrebbe risucchiato tutto il mio tempo, con un occhio sui libri e con l’altro su ciò che intanto si verificava dietro le quinte di questa inchiesta, in un intreccio di poteri deviati, di intimidazioni, di occultamento e distruzione di prove, e paradossalmente la mia ricerca sulla carta trovava sempre una ragione a quanto di più sporco si verificava nell’inchiesta stessa.

Mi ero addentrata in un tunnel, lunghissimo, tortuoso, ma sapevo che avrei rivisto la luce solo quando mi sarei ripresentata al mondo con la carta d’identità del Mostro non di Firenze, ma che da lungo tempo sosta nella città dell’arte, vittima anch’egli di un destino crudele, e tale da dover difendere la propria vita attraverso l’altrui morte…
“Mors tua, vita mea”, divenne per quest’uomo chiamato “Mostro”, l’eredità lasciatagli in quel di San Casciano Val di Pesa, dal maestro Nicolò Machiavelli, maestro di vita, di morte e di magìa.

Roma Gennaio 2009

L’Autrice